L’Italia vende all’estero più debito pubblico che beni e servizi

Confrontare un valore di flusso con uno di stock è un errore da matita blu. Tuttavia a volte anche accostamenti tra dati molti diversi possono aiutare a farsi un’idea delle vulnerabilità cui è esposta una grande economia nazionale come quella italiana. Soprattutto quando sui mercati prevale l’incertezza.

L’anno scorso abbiamo esportato beni e servizi per 463 miliardi (valore a prezzi correnti, +3,1% rispetto al 2017; dato Istat). È stato un buon risultato, visto che l’interscambio commerciale è uno dei driver della nostra (purtroppo debole) crescita: nel 2014, anno in cui siamo usciti dall’ultima recessione, l’export era arrivato a 398 miliardi (+2,2% sull’anno prima). Ebbene nel 2018 il debito pubblico detenuto da non residenti era pari al 34%, circa 787 miliardi. Nel 2014 era il 40%.


Quest’anno il Tesoro dovrà affrontare i mercati con emissioni di nuovi titoli di debito per oltre 400 miliardi, mentre titoli a medio e a lungo termine (oltre i dodici mesi) in scadenza nel 2019 ammontano a circa 200 miliardi. Se i residenti esteri manterranno le loro posizioni, ovvero a scadenza reinvestiranno in Bot ma anche in Ctz e Btp, vorrà dire che il made in Italy più “comprato” in giro per il mondo resterà di gran lunga il debito pubblico.

Ma andrà davvero così? C’è da sperarlo dopo quello che è successo nei mesi di maggio e giugno dell’anno scorso, quando gli investitori esteri hanno effettuato vendite nette sia di titoli pubblici (-46 miliardi) sia di obbligazioni bancarie (-12 miliardi) e di altri titoli privati italiani (-12 miliardi). Le tensioni sui mercati finanziari, generate dall’incertezza sulle scelte di politica economica che avrebbe adottato il nuovo governo hanno determinato in quei due mesi un peggioramento di 43 miliardi della posizione debitoria netta della Banca d’Italia sul sistema dei pagamenti TARGET2, come si legge in una nota appena pubblicata sul sito della nostra banca centrale. Il deterioramento del saldo si è realizzato quasi interamente tra maggio e giugno, appunto, quando lo spread Btp/Bund volò oltre i 300 punti base, mentre da settembre la posizione debitoria è sostanzialmente stabile (482 miliardi a fine gennaio 2019).


A fine maggio prossimo, con le elezioni europee, i rapporti di forza tra Lega e Cinquestelle potrebbero cambiare notevolmente, facendo ripartire i dubbi dei mercati sulle scelte di politica economica da adottare. E il livello dello spread Btp-Bund, ancorato a quota 250 bp dopo aver toccato il picco di 326 lo scorso novembre, ci ricorda quotidianamente che siamo osservati molto speciali. Nonostante la forza del nostro export.

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  • Davide Colombo. Davide Colombo è redattore del Sole 24Ore dove si occupa di macroeconomia, segue la Banca d’Italia, le politiche del welfare e della previdenza e la finanza pubblica. Nato a Legnano (Milano) il …

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