La ricetta vincente dei Cio: apertura, condivisione e riconversione

L’allarme relativo alla mancanza di profili con competenze tecniche qualificate, e adatte ad interpretare e gestire le esigenze delle aziende impegnate in un percorso di trasformazione digitale, l’abbiamo sentito più volte. Anche l’analisi di Mario Mezzanzanica, professore associato di Sistemi informativi presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, segue questo canovaccio. «La conoscenza dei fenomeni e la capacità di raccogliere e analizzare dati – ha detto in occasione di un recente evento organizzato da Aica – stanno diventando elementi fondamentali per migliorare la competitività delle imprese e rendere più efficienti i processi decisionali strategici. E non solo, perché i Big Data sono anche la base per seguire e comprendere le dinamiche evolutive del mercato del lavoro e delle professioni, individuando i trend e i talenti emergenti».


Talenti e competenze, quelle legate alle figure dell’Information & communications technology (Data Scientist, Database Administrator, Software Developer, Systems Analyst, Network Specialist e varie altre ancora), che non sono facilmente reperibili sul mercato e che creano un sostanziale disallineamento tra domanda e offerta. Come colmare questo gap? Le soluzioni, almeno sulla carta, si sprecano. Da Aica e i soggetti che hanno collaborato alla realizzazione dell’Osservatorio delle Competenze Digitali 2018 (Anitec-Assinform, Assintel, Assinter Italia, il Miur e l’Agid) arriva la proposta di un sistema di politiche per la formazione e il lavoro delle nuove professioni digitali che riflette diverse direttrici strategiche. La prima, e forse la più importante e al contempo la più difficile da perseguire, punta a un aumento del numero di esperti in materia di informatica e di digitale attraverso la fidelizzazione degli studenti e una maggiore attrattività per lauree e diplomi superiori nelle discipline Ict.


Un secondo obiettivo critico è quello di diminuire la dispersione degli studenti nel passaggio da scuola secondaria a università e, quindi, nel completamento dei percorsi di studio. Oggi il divario nel mix di laureati rispetto a diplomati che entrano sul mercato (pari al 33% vs il 67%) è troppo grande rispetto ai profili realmente richiesti (62% di laureati e 38% di diplomati). Ciò che serve, e che manca oggi, come ha sottolineato Giuseppe Mastronardi, Presidente di Aica, è la figura «dell’ingegnere creativo con competenze multiple», ma per formare profili come questo «occorre aprire maggiormente le università alle imprese e istituire corsi che prevedono sia docenti interni, sia formatori provenienti dall’industria e quindi direttamente dalle aziende».

Vista dalle aziende, la problematica è reale e chiede ai manager che hanno la responsabilità del «fare innovazione» all’interno dell’organizzazione (i Chief information officer o i Chief digital officer là dove sono presenti) un approccio sicuramente più aperto e flessibile.


L’osservazione di Stefano Brandirali, Cio di Prysmian Group, è in tal senso emblematica. «Le competenze digitali servono ovunque e dopo 20 anni di letargo l’ingegneria del software è tornata centrale e strategica. È per questo che cerchiamo oggi sul mercato figure in grado di scrivere algoritmi anche se è altrettanto forte la necessità di lavorare su soft skill come lo spirito imprenditoriale. In questa evoluzione di scenario i leader aziendali, i capi azienda e i manager della generazione X – ha aggiunto – devono cambiare, essere più coach e sforzarsi di pensare con la testa dei millennials».

Più pratico, se vogliamo, il suggerimento a firma di Alessandro Bertoli, CioSorgenia, secondo cui «vanno creati ecosistemi virtuosi fra università, studenti e imprese perseguendo i concetti di condivisione, collaborazione e lavoro in team, con persone che hanno esperienze e obiettivi diversi. Andiamo verso un mondo governato da algoritmi e servono figure con competenze che sappiano gestirne il controllo».

Se, come giustamente osserva Fabio Degli Esposti, Cio di Sea Milano, «i sistemi informativi aziendali sono anche fatti di infrastrutture resilienti e di business continuity e per questo motivo servono figure con competenze nuove che si affiancano a profili già esistenti», la considerazione di Michela Bambara, Cio di Falck Renewables (produttore di energia elettrica al 100% da fonti rinnovabili) riassume probabilmente una delle essenze del cambiamento imposto dalla rivoluzione digitale. «La conversione delle competenze – ha infatti detto la manager – è la sfida principale e lo è soprattutto nell’ottica della contaminazione delle competenze stesse, sia attraverso percorsi di formazione incrociati sia attraverso la creazione di figure specifiche come il data scientist. Il tutto all’interno di un modello di organizzazione liquido, che deve necessariamente aprirsi a conoscenze diverse, perché oggi l’Information technology è attuale solo se in grado di produrre e gestire business case».

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